

REcensioni di A.C. Professore di Lingua e Letteratura Italiana e Latina, Giornalista e Appassionato di Sport
Un libro sotto l’albero di Natale. Anzi: un libro di sport. È la nostra proposta.
Nel blog di solito presentiamo i libri singolarmente, con uno spazio abbastanza ampio. Per una volta abbiamo scelto una modalità differente: presentiamo contemporaneamente cinque libri, con recensioni più sintetiche, non perché questi libri meritino meno spazio degli altri, ma perché vogliamo consigliarne l’acquisto per le imminenti festività. Un libro di sport come regalo di Natale, dunque, con i suoi personaggi e le sue storie, che non hanno nulla da invidiare ai personaggi e alle storie di altri generi narrativi.
Tutti i libri che abbiamo presentato in questo blog meritano di essere un regalo di Natale. Vogliamo allungare la lista: altri autori, altri sport, altri personaggi.
Inizio con il ciclismo e con Claudio Chiappucci: un grande campione, un lottatore, uno capace di entusiasmare le folle, sia i tifosi che lo applaudivano da bordo strada e quelli che seguivano le cronache alla radio o alla televisione. A tutti ha dato emozioni grandissime. Di questo dobbiamo essergli grati. Nel mesto panorama del ciclismo italiano attuale (mi riferisco alla strada; la pista è un’altra realtà), ripensare a Chiappucci, alle sue imprese, al suo modo di correre, è un po’ come rifarsi la bocca dopo aver ingerito qualcosa di troppo amaro.
Chiappucci non ha segnato un’epoca del ciclismo. Se mai, quell’epoca è stata di Miguel Indurain. Non ha mai vinto né il Giro né il Tour, mancandolo per altro per pochi secondi, ma ha vestito per otto giorni la maglia gialla, ha compiuto imprese indimenticabili e ha fatto incetta di maglie a pois e ciclamino in Francia e di maglie verdi (ora diventate azzurre) in Italia. Soprattutto ha indicato un modo di correre, un modo di interpretare il ciclismo che non aveva nel risultato, nella vittoria, il suo unico valore.
È per questo suo modo di essere, che Chiappucci ha avuto riconoscimenti in tante parti del mondo, sia durante l’attività agonistica sia dopo. In Colombia, nel 1992, lo hanno soprannominato “El Diablo” e da allora è stato questo per sempre il suo nomignolo. In Francia gli hanno intitolato una gran fondo. In Giappone, dove ha vinto per tre volte consecutive la corsa più importante di quel Paese, la città di Utsunomiya gli ha concesso la cittadinanza onoraria.
Il libro che presentiamo è un racconto in prima persona di Claudio Chiappucci, con la collaborazione del giornalista Federico Vergari e prefazione di Guido Meda. Non è un racconto rigidamente cronologico, anche se la sequenza per periodi significativi è esplicitata. Come dice Vergari nel suo Prologo, vuole essere “qualcosa che faccia avanti e indietro nel tempo, viaggiando da un luogo a un altro. Qualcosa di frastagliato e non lineare. Perché così è la vita di un ciclista scalatore”.
Non è neppure un racconto appesantito di dati e cifre sulle gare disputate, sulle vittorie ottenute, sui piazzamenti più o meno significativi. Tutto questo c’è nel libro, ma in apposite tabelle riassuntive, anno per anno. Si possono leggere se interessano, ma si possono anche tralasciare per godersi il racconto di Chiappucci, che si snoda piacevole ed invitante.
Un racconto nel quale il campione ricorda i luoghi ed i momenti essenziali della sua carriera: la prima vittoria a sedici anni, la conquista della Maglia Gialla nel 1990, la Milano-Sanremo del 1991, soprattutto la grande impresa del Sestriere il 18 luglio del 1992. E tanti altri momenti entusiasmanti, sui quali non ci dilunghiamo per non togliere al lettore il gusto della scoperta, accompagnati spesso da riflessioni e considerazioni mai banali che danno il senso della grandezza sportiva e umana di Claudio Chiappucci. Che è stato capace anche di creare durante l’attività e approfondire negli anni successivi, veri rapporti di amicizia con i suoi più agguerriti rivali: con Gianni Bugno, anzitutto, e con Miguel Indurain, che non a caso sono presenti nel libro con una loro “cartolina”.
Dario Torromeo è un giornalista specializzato di pugilato; ha seguito in ben dieci Olimpiadi e centinaia di incontri mondiali e su cui ha già pubblicato diversi volumi.
In quest’opera, dopo un breve accenno alla storia del pugilato, dai Greci all’epoca moderna, presenta un elenco di oltre un centinaio di pugili italiani, da Piero Boine, il primo campione italiano della storia (1910), sino Michael Magnesi, l’ultimo campione italiano e mondiale (Ibo) dei superpiuma. Per ognuno di loro, narra le vicende essenziali della vita privata, ne illustra le caratteristiche tecniche e ricorda i momenti salienti della loro carriera. Nell’elenco ci sono i nomi di grandi campioni, vincitori di titoli europei, mondiali ed olimpici, ma anche i nomi di pugili di livello inferiore, che pure hanno contribuito a creare e perpetuare la storia della boxe italiana: “dalle leggende ai pugili dimenticati”, come recita il sottotitolo. Non manca Irma Testa, “la prima italiana a salire su un ring olimpico a Rio 2016” e capace di conquistare il bronzo nella successiva Olimpiade di Tokio.
Dopo gli italiani d’Italia, Torromeo completa l’elenco con i campioni italo-americani, tra i quali uno spazio particolare è dato, giustamente, a Francesco Rocco Marchegiano, ossia Rocky Marciano.
Molto ricca l’appendice con tante tabelle riassuntive: i pugili italiani campioni del mondo, d’Europa e olimpici; gli italiani oro ai Giochi e poi campioni del mondo pro; il medagliere olimpico top ten di sempre; l’elenco dei presidenti della Federazione
Un libro interessante, che contiene storie note ed altre forse del tutto sconosciute anche agli appassionati di boxe. Un libro sostenuto da una forma agile, essenziale, senza fronzoli inutili. Un libro con un contenuto ed uno stile di scrittura che invitano a continuare la lettura. Un bel regalo per Natale.
Se Dario Torromeo scrive di tutti i pugili italiani, Mauro Grimaldi si sofferma su uno solo, Nino Benvenuti. Grimaldi è diventato amico di Benvenuti dopo che questi aveva cessato da tempo l’attività agonistica. Da allora si sono incontrati spesso e Benvenuti gli ha raccontato, come si fa con un amico vero, tutta la propria vita: umana e sportiva. Una vita che ora Grimaldi, dopo la scomparsa dell’amico Nino e di sua moglie Nadia, ha reso pubblica in questo libro.
L’inizio è Isola d’Istria, oggi è terra slovena, ma terra italiana nel 1938 quando Nino Benvenuti è nato. Grimaldi descrive, con la testimonianza di Nino, i contrasti e le violenze cui ha assistito e in parte subito nell’età della fanciullezza e dell’adolescenza: prima ad opera dei fascisti, poi dei seguaci di Tito. Nel 1954 Nino si trasferisce a Trieste e la sua carriera pugilistica, già iniziata nella natia Isola d’Istria, diventa, di vittoria in vittoria, sempre più sicura e ricca di risultati. Gareggia tra i dilettanti, Nino Benvenuti, praticamente si sbarazza abbastanza facilmente degli avversari che affronta sul ring, ma non viene convocato per le Olimpiadi di Melbourne 1956, perché ritenuto troppo giovane per un simile impegno. Si rifarà quattro anni dopo, a Roma 1960, conquistando l’oro nella categoria welter.
Segue il passaggio al professionismo, la conquista del titolo europeo superwelter, le sfide con Sandro Mazzinghi a cui Benvenuti ha strappato il titolo mondiale superwelter il 18 giugno 1965, in un match tenutosi allo stadio di San Siro.
La carriera continua con nuovi avversari: prima Emile Griffith, americano, poi Carlos Monzon, argentino. Con loro Benvenuti disputa match molto intensi, tra vittorie, sconfitte, molte polemiche, sportive e anche politiche per la sua appartenenza al Movimento Sociale Italiano, e persino inchieste federali. Ma sono incontri seguitissimi, tramite la televisione di Stato, anche da chi poco sapeva di pugilato. La carriera di Benvenuti si chiude con la sconfitta contro Monzon, a Montecarlo, l’8 maggio 1971.
Così conclude il libro Mauro Grimaldi: “L’amaro epilogo di Montecarlo ha creato un grande vuoto nella boxe italiana, lasciando orfane intere generazioni che sono cresciute all’ombra dei successi di Nino. Con lui si chiude il periodo più bello del nostro pugilato”.
Il libro su Nino Benvenuti è, in un certo senso, un’eccezione nella produzione di Mauro Grimaldi, più che altro un gesto di amicizia verso il grande campione. Mauro Grimaldi è soprattutto legato al mondo del calcio, di cui è dirigente federale, attualmente consigliere Delegato della Federcalcio Servizi. E al mondo del calcio sono legate le sue pubblicazioni. Una in particolare: Storia dell’Italia, del calcio e della Nazionale, edita sempre da Lab DFG. Un titolo che spiega la struttura dell’opera: il calcio italiano, in particolare la sua Nazionale, inserito nella storia più generale del Paese. Alcuni volumi sono già stati pubblicati, altri due dovrebbero andare in stampa nei primi mesi dell’anno prossimo.
Il volume che qui presentiamo riguarda il Campionato Mondiale del 1934, il secondo dopo l’esordio in Uruguay del 1930, disputato in Italia e vinto dalla Nazionale di Vittorio Pozzo.
Nel libro Grimaldi riporta, in appendice, tutti i dati sportivi della manifestazione: partite, formazioni, risultati. E riserva uno spazio individuale ai componenti della Nazionale campione del Mondo. Ma, fedele al suo intento di inserire la storia del calcio nella storia generale del Paese, offre un’ampia disamina della situazione politica in cui il Campionato Mondiale è stato progettato e si è svolto, basandosi su documenti d’archivio e testi storici assolutamente affidabili. Per l’Italia era il periodo forse di massimo consenso per il regime fascista, che prima volle e poi sfruttò abilmente l’occasione sportiva per dimostrare al mondo la propria forza, o presunta tale, e soprattutto per rafforzare il consenso interno. Un grande evento sportivo asservito a fini propagandistici. Basti pensare che per i vincitori, accanto al trofeo ufficiale, che in seguito avrebbe preso il nome di Coppa Rimet, fu prevista anche la Coppa del Duce, che la stampa di regime presentò come il premio assolutamente più importante: “Gli Azzurri hanno in cuore la speranza di vincere la Coppa del Duce, per essi ancora più ambita della Coppa del Mondo”.
Un libro interessante, quello di Grimaldi. Un libro di storia sportiva e civile. Un libro istruttivo, che ci spiega come molte manovre oscure che ancora oggi si intravedono nel mondo del calcio, abbiano dei precedenti molto illustri. Ma poco rassicuranti.
Non aveva il fisico del cestista, il giovane Nikola Jokić, quando, al seguito dei fratelli maggiori, volle anche lui giocare a basket. Era alto e robusto, ma appesantito da tanti chili di troppo. In palestra non era in grado di fare dieci flessioni o dieci addominali di seguito. Eppure, quando aveva la palla tra le mani, riusciva fare con straordinaria facilità cose che gli altri nemmeno immaginavano. I tecnici capirono subito di avere di fronte un autentico fenomeno. “È sembrato essere nato per la pallacanestro” sintetizza Sinisă Savović, suo primo allenatore nelle giovanili della società di basket del suo paese, Sombor, in Serbia.
Da Sombor parte il percorso straordinario di questo ragazzo del 1995, che, approdato al basket americano, la NBA, con i Denver Nuggets, è diventato in pochi anni uno dei migliori giocatori del mondo, probabilmente il miglior centro nella storia del basket.
Di questo campione assoluto Marco A. Munno descrive tutta la carriera, soffermandosi anche sulle caratteristiche del basket americano, l’organizzazione delle squadre, la scelta dei giocatori, lo svolgimento dei campionati. Ma soprattutto dal racconto di Marco A. Munno emerge nitida la figura di Nikola Jokić, un campione capace inanellare record su record. Ne cito solo uno tra i tanti elencati da Munno: “Il primo di sempre nella storia della NBA a registrare 2000 punti, 1000 rimbalzi e 500 assist in una singola regular season”.
Se sul parquet è un personaggio unico per il suo valore, Nikola Jokić è, per molti aspetti, un personaggio unico anche fuori dal campo, lontano dal cliché del campione di successo: “Nessun tatuaggio. Nessun taglio di capelli particolare. Nessuna espressione di machismo. Nessuna collezione di amanti. Nessuna presenza agli eventi glamour. Nessuna ostentazione di quanto guadagnato”. Spiccano invece alcuni comportamenti poco “regolamentari” tanto che Raffaele Ferraro nella Prefazione lo definisce “Un comico prestato alla pallacanestro. Fa ridere. Per quello che dice. Per le smorfie che fa. Per i microfoni che rompe in conferenza stampa. Per gli ippodromi che frequenta. Per le bettole dove va a ballare con gli amici”. Per questo, come dice il sottotitolo, lo chiamano THE JOKER.