

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
In anni recenti abbiamo assistito all’era del “cannibale” Armin Zöggeler, un campione inimitabile capace di salire sul podio sei volte in altrettante edizioni delle Olimpiadi invernali. Prima di lui, però, lo slittino azzurro ha avuto interpreti che fin dagli anni ’60 hanno portato lustro, dato vita a un movimento tra i più vincenti dello sport italiano. Alla vigilia dei giochi di Milano-Cortina abbiamo fatto una chiacchierata con uno dei “padri” dello slittino, Walter Plaikner, uno di quelli che non hanno certo bisogno di presentazioni e che nei primi anni ’70, in coppia con Paul Hildgartner, ha conquistato il tetto d’Europa, del Mondo e dell’Olimpo. Dal passato al presente, ripercorrendo la sua storia, la sua leggenda e quegli anni in cui, grazie all’impegno e alla caparbietà di tanti, lo sport italiano ha legato il suo nome allo slittino in maniera indissolubile.
Lo slittino è stato prima di tutto un mezzo di trasporto che tanti anni fa serviva a soddisfare un’esigenza precisa. Un gioco che soddisfa una necessità ben precisa, impensabile al giorno d’oggi.
“Bisogna partire da un principio molto semplice: ai tempi c’era chi aveva i soldi e si poteva permettere gli sci e chi doveva ripiegare su altri mezzi. Ecco, io appartengo a questa seconda categoria, quella di chi la mattina andava a scuola tirandosi dietro lo slittino e poi lo usava per scendere a valle. Preciso, al tempo di neve ce ne era tanta mentre oggi sarebbe impensabile farlo, perché le strade sono diverse, maggiormente livellate e con il largo utilizzo di sale diverrebbe impossibile fare ciò che facevamo noi allora”.
Dalle strade si passa alle piste, naturali e artificiali, e a un’evoluzione naturale anche del mezzo per fare sport.
“Io ho iniziato con uno slittino diciamo normale in cui c’era il classico telaio con i pattini su pista naturale, poi nel ’69 sono passato alla pista artificiale insieme a Hildgartner. La differenza è che mentre la pista naturale viene raffreddata con il solo utilizzo di acqua unita alle basse temperature, quella artificiale prevede un intervento umano per creare il ghiaccio”.
Walter ma anche Paul. Un destino incrociato, una storia che vi ha visti nascere quasi insieme, fare le stesse scuole e alla fine ritrovarvi nello stesso sport.
“Con Paul (Hildgartner) ci conosciamo fin da bambini. Abitavamo a cinquanta metri di distanza a Chienes e tra noi c’è appena un anno di differenza, un nulla. Quando abbiamo cominciato insieme nel ’69 ci fu subito una chimica naturale, quella che ci ha portato a conquistare le prime vittorie l’anno successivo, fino al successo mondiale del ’71 a Valdaora”.
Con lo slittino non si guarda ai secondi, ai decimi, bensì ai millesimi. Un battito di ciglia che può valere una vita, una carriera e che decide chi è il migliore.
“Lo slittino nel tempo è evoluto, ma la base è sempre quella: un telaio e i pattini. Grazie proprio a questi ultimi abbiamo conquistato l’oro a Sapporo. È stata l’idea vincente del nostro allenatore Sepp Mayr che al tempo vide per primo quella pista e capì, visto che era anche costruttore, come disegnare la slitta. Una scelta che portò i suoi frutti perché quando ci trovammo in pista andammo subito almeno due decimi più veloci rispetto ai tempi dell’anno prima. Non sapevamo cosa avremmo trovato in Giappone, infatti ci trovammo ad affrontare una pista con molti salti, poco liscia e totalmente diversa rispetto a quella di Valdaora. Non eravamo certo esperti di aerodinamica al tempo, ma la costruzione di quella slitta con un sedile in cuoio molto liscio unito a uno scivolo migliore ci permise di aggredire meglio il ghiaccio e fece la differenza”.
La vittoria di Sapporo, il primo oro italiano nello slittino al maschile dopo quello di Erika Lechner a Grenoble ’68: semplicemente storia. Un pari merito con i tedeschi dell’est, netti favoriti alla vigilia e per i quali lo slittino era cosa davvero seria.
“Loro erano certi di vincere e non riuscivano a capire come mai noi fossimo così veloci. Vincere è sempre bello, farlo confrontandosi con i migliori e conquistare quell’oro fu meraviglioso. La pista, come detto, era un’incognita anche per loro e non fu facile quando ci trovammo tutti ad affrontare a un fondo così irregolare che rendeva tutto molto complicato, soprattutto a chi, come noi, era abituato a superfici meno spigolose. Per i tedeschi dell’est lo slittino era come il calcio per noi, lo dimostrarono un anno più tardi ai mondiali di Oberhof dominando. Noi arrivammo terzi, sbagliando anche qualcosa, ma per loro quella era la gara della vita”.
In appena tre anni arrivano un oro mondiale, quello olimpico e due europei uniti al bronzo del ‘73. Insomma, Plaikner e Hildgartner non sono arrivati lì per caso, ma per scrivere una pagina di sport leggendaria.
“Dal ’71 al ’74 ci siamo tolti delle belle soddisfazioni competendo alla pari con i migliori nonostante la nostra giovane età. Poi, prima delle Olimpiadi del ’76, a Innsbruck qualcosa si ruppe. Il nostro allenatore decise di ritirarsi e ci trovammo un po’ nel caos e alla fine il tutto ebbe un riflesso negativo sull’avventura olimpica. Avrei voluto continuare, ma in quel momento preferii fermarmi e diventare allenatore/costruttore”.
Dagli anni ’60/’70, che videro lo slittino azzurro nascere e crescere grazie a tanti campioni, diventando un’eccellenza dello sport italiano, ai tempi odierni. Da allora l’evoluzione è stata naturale e altrettanto inarrestabile.
“I pattini e il materiale di cui sono fatti gli slittini odierni sono più o meno uguali a quelli di allora. Ciò che è profondamente cambiato è l’aerodinamica, lo scivolo, la carenatura e, soprattutto, l’ammortizzazione dei pattini che è evidentemente migliorata. Personalmente, nel mio nuovo ruolo post ritiro, grazie alla collaborazione con tante realtà tra le quali ci fu anche la Ferrari, migliorammo l’aerodinamica del mezzo e con gli strumenti messi a disposizione i risultati furono evidenti. Solo, per esempio, in tempi recenti preparavo la slitta a quell’immenso campione che è Armin Zöggeler e i risultati di quel lavoro di ricerca e studio credo siano stati piuttosto evidenti”.
Una vita nell’Arma e quel Gruppo Sportivo dei Carabinieri che è diventato una seconda famiglia. Una realtà che tutt’oggi ha nelle sue fila tanti campioni negli sport invernali.
“Il GS dei Carabinieri è stato fondamentale. Fu Prinoth Hartmann a notarci per primo e segnalarci per entrare nel Centro Sportivo, poi furono Maffei e Palombo a rendersi conto delle potenzialità degli slittinisti e includere altri atleti. I risultati del mondiale ’71, con la nostra vittoria e quella di Karl Brunner, diedero loro ragione ed evidenziarono come lo slittino potesse avere un ruolo importante nello sport italiano. L’Arma ci ha consentito di allenarci e migliorarci senza doverci più dividere tra il lavoro e lo sport. In estate facevamo un allenamento fisico presso il Centro Sportivo e d’inverno eravamo sullo slittino. Senza l’impegno del Gruppo Sportivo dei Carabinieri, e di chi ha creduto per primo in tutti noi, non avremmo mai potuto raggiungere certi livelli e conquistare risultati così altisonanti”.
Nello slittino c’è un prima e un dopo. Ci sono stati dei “padri”, diventati poi tecnici, che hanno indicato la via a coloro i quali hanno successivamente portato grandi risultati allo sport italiano, dando vita a una sorta di discendenza vincente che parte da lontano.
“Quella è la forza invisibile di una squadra, quando hai qualcuno che se noti delle problematiche è in grado di capirle e risolverle. Se ti confronti con un tecnico che ha vissuto in prima persona uno sport è evidentemente più facile per lui comprendere e intervenire. Il successo può essere replicato solo laddove c’è chi è capace di ascoltare e conosce gli strumenti, ha vissuto in prima persona quello sport. È un lavoro a quattro mani, perché all’altra parte, ovviamente, occorre un atleta che sappia fornire le corrette informazioni al tecnico. Ovunque trovi questa dinamica, riuscirai facilmente a creare una stirpe vincente nel tempo”.
La forza della discendenza, quel sapere che si tramanda da un padre a un figlio. In questo caso parliamo di atleti poi diventati tecnici che hanno portato avanti una dinastia vincente, capace di ripetersi dando vita a una dinastia di campioni. Diverso sangue, ma stessa passione e amore per quello slittino che fin da piccoli hanno prima visto come gioco, mezzo di trasporto e che poi è diventato sport. Plaikner e i suoi “fratelli” hanno dato lustro allo sport italiano, sono stati precursori e hanno tracciato una via che ancora oggi ci vede protagonisti ad altissimo livello. Senza loro, tutto questo non sarebbe stato possibile. Grazie di cuore Walter.