

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
In occasione del Giorno del Ricordo ho avuto l’immenso onore di poter fare due chiacchiere con Abdon Pamich, indimenticabile leggenda della marcia e, soprattutto, esule fiumano. Una lunga telefonata nella quale abbiamo ripercorso la sua vita sportiva e la sua storia di uomo. Il racconto della fuga di notte da Fiume nel settembre ’47 con il fratello Giovanni, quel momento carico di pathos e nel quale due ragazzini scappano senza avere praticamente niente con loro se non quell’irrefrenabile voglia di libertà che dovrebbe essere un diritto di tutti. Un viaggio lungo una vita intera, una di quelle che meritano davvero di essere raccontate, al pari della sua altrettanto grandiosa epopea di atleta che l’ha portato a conquistare il tetto dell’Olimpo a Tokyo ’64. La sua narrazione, sempre lucida e precisa, ci ha letteralmente riportati indietro nel tempo e permesso di ripercorrere, oltre alle sue immense imprese sportive, anche quella che fu una delle pagine più dolorose del Novecento. Quella di cui lui stesso fu testimone e, suo malgrado, protagonista.
Settembre ’47. Due ragazzini in fuga, in piena notte. Non hanno nulla e ciò che li fa correre verso l’ignoto sono insieme paura e speranza. Si chiamano Abdon e Giovanni, sono fratelli e hanno rispettivamente tredici e quattordici anni. Oggi li chiamiamo esuli, in realtà sono i testimoni diretti di una delle pagine più dolorose del secolo scorso.
“Ciò che accadde quella notte fu una scelta difficile e coraggiosa, ma altrettanto ponderata. Non fu certo una decisione presa a cuor leggero. Il regime di terrore che regnava in quel periodo a Fiume ci mise davanti a una scelta senza nessuna alternativa. Nostro padre si trovava già a Milano per lavoro grazie a un lasciapassare, mentre per noi la questione era molto più complicata con nostra madre che non poteva affrontare un viaggio del genere dovendo provvedere alla cura dei nostri fratelli, al tempo bambini. Siamo partiti senza nulla, in piena notte, vestiti con una maglietta e i calzoncini corti, direzione San Pietro del Carso per salire sul treno che andava a Trieste. Saliti sul convoglio abbiamo immediatamente incontrato la prima difficoltà, incrociando un miliziano che era lì per verificare i documenti. Dalla paura siamo scappati lungo il convoglio finendo, senza accorgercene, nel troncone che tornava a Fiume. Alla prima fermata possibile siamo scesi e corso diversi chilometri lungo i binari cercando di incrociare il treno diretto a Trieste, senza fortuna. In quel momento è lapalissiano immaginare quanto fossimo scoraggiati dalla situazione, ma non ci siamo persi d’animo. Giunti alla stazione di Divaccia siamo stati diverse ore in attesa prima di poter salire su un altro treno verso Trieste. Non avevamo un lasciapassare, non dico fossimo clandestini ma quasi. Per passare inosservati, allora, ci siamo aggregati a un gruppo di italiani, probabilmente provenienti dalla Dalmazia e che erano andati a cercare tracce dei propri parenti spariti nel nulla. Ci hanno chiusi con loro in attesa della coincidenza e quando è stato il momento hanno iniziato a chiamare i nomi di chi aveva il permesso per poter salire. Noi, ovviamente, non ce l’avevamo. Quando è arrivato il nostro turno abbiamo giocato d’astuzia, dando due nomi fasulli e mentre il miliziano era intento a cercare siamo sgattaiolati sul treno. A bordo, una coppia di triestini ci ha visti stanchi, vestiti di niente e ha capito subito. Hanno finto fossimo i loro figli e così siamo riusciti, in modo rocambolesco e dopo oltre venti ore di viaggio, ad arrivare finalmente a Trieste”.
Un viaggio che sembra non terminare mai. La corsa tra i binari, la paura di essere scoperti e ricacciati indietro direzione Fiume. Infine, l’arrivo a Trieste. L’epopea dei fratelli Pamich, però, è ben lontana dal suo epilogo.
“Già. A Trieste vero che ci siamo potuti finalmente riposare e rifocillare, ma non dimentichiamo che la nostra meta finale era Milano. E allora, è proprio il caso di dirlo, ci siamo rimessi in marcia anche se, purtroppo, quando siamo arrivati nel capoluogo lombardo ad attenderci non c’era ciò che ci aspettavamo. Nostro padre si era illuso di poter contare sull’aiuto di persone a lui vicine; invece, mani tese non ne abbiamo davvero trovate. A quel punto abbiamo dovuto fare una sorta di viaggio a ritroso fino a Udine e lì siamo finiti in un campo di smistamento profughi. Quella, però, non è stata la fine di quel viaggio interminabile, bensì un’altra fermata intermedia seppur, certamente, molto più tranquilla rispetto all’inizio del nostro percorso. Una tappa di avvicinamento necessaria verso l’epilogo di quel percorso caratterizzato da tanti ostacoli e un po’ di fortuna. Da lì, infine, siamo successivamente stati trasferiti all’interno del centro di raccolta di Novara dove siamo rimasti circa un anno.”
Il viaggio giunge finalmente al termine con l’arrivo a Genova. La vita, quella che riunisce la famiglia Pamich, ricomincia e abbraccia anche lo sport.
“Fossi rimasto a Fiume con molta probabilità sarei diventato un pugile. Al contrario, tutto mi sarei aspettato tranne che finire a fare la marcia. Accadde quando mio fratello cominciò con quella disciplina, io mi avvicinai perché durante una gara chiesi di correre anch’io e mi dissero di provare. Non nascondo mi sarebbe piaciuto provare con il nuoto, ma in quel momento quella fu una bella valvola di sfogo ed era ciò di cui avevo più bisogno. Sono sempre stato abituato a fare lunghe camminate e la fatica non ha mai smorzato questa mia indole innata. Con mio fratello facevamo continue escursioni in montagna, percorrendo sentieri senza fine e con giornate in cui i percorsi duravano anche diciotto ore. Poi, dopo aver vissuto ciò che abbiamo vissuto noi, la fatica era davvero l’ultima cosa che poteva spaventarci”.
Da Melbourne ’56 a Monaco ’72. Prima quarto, poi terzo e, infine vincitore a Tokyo ’64. Cinque edizioni delle Olimpiadi che culminano con il prestigioso ruolo di portabandiera in Germania Ovest.
“Il primo successo che non dimenticherò mai è stata la cinquanta chilometri su strada, poi c’è stato tutto il resto. A Stoccolma ’58, agli europei, avevo tutte le carte in regola per poter vincere. A fermarmi fu la panciera, non è uno scherzo. Non l’avevo mai usata e mai più la utilizzai perché in quella situazione fu letale. Faceva freddo, me la misi e quando la spostai perché mi dava fastidio finì per giocarmi un bruttissimo scherzo. Stetti male quasi immediatamente. Provai a recuperare e quasi ci riuscii, rimontando ben quattro minuti senza completare, però, quell’impresa quasi impossibile. A Tokyo ’64 accadde qualcosa di analogo, ma li fu il thè freddo, anzi completamente ghiacciato, a bloccarmi. Quella bevanda che doveva essere un ristoro rischiò, invece, di mettermi completamente fuori gioco. In quel caso, fortunatamente, mi ripresi subito e il resto è storia. C’è, però, una gara che proprio mi è rimasta letteralmente sullo stomaco e qua non c’entra il freddo. L’Olimpiade di Melbourne ’56 e sai perché? Era la gara più facile, quella in cui puntavo decisamente all’oro. Mi sono fatto fregare dal clima e dalla preparazione. Due giorni prima c’era una temperatura mite e l’allenatore mi fece fare cinquanta inutili chilometri in vista della gara. Poi, il giorno della verità, i venti provenienti dal deserto portarono un caldo disumano che rese tutto davvero difficile e arrivai, del tutto spompato a causa di quella cruenta prova di qualche giorno prima, solamente quarto. Anche il bronzo di Roma ’60, purtroppo, fu figlio di un grave errore di valutazione. In quel caso mi ritrovai a gareggiare in condizioni climatiche completamente diverse da quelle per le quali mi ero allenato e che non mi permisero di esprimermi al meglio. La cosa assurda sai qual è? Se mi fossi presentato il giorno prima sia a Melbourne che a Roma, senza alcun raduno e con il mio allenatore Giuseppe Malaspina, probabilmente sarebbe andato tutto diversamente. Rispetto a ciò che potevo raccogliere, ho raccolto, ahimè, molto poco. Questa è la cosa che mi urta di più perché so che avrei potuto ottenere dalla mia vita sportiva molto di più”.
A 38 anni arriva l’ultimo grande successo con l’oro ai Giochi del Mediterraneo, il termine di una carriera che per tutti è stata qualcosa di meraviglioso, non per lui.
“Non guardo al passato, quel che è stato è stato. Sono stato campione olimpico, due volte europeo e non mi posso certo lamentare della carriera sportiva. Vero, come dicevo ho sempre preteso tanto da me stesso, raccogliendo a mio parere poco, ma ho anche incontrato tante variabili che non potevo controllare: Il clima, le preparazioni sbagliate e tanto altro. Non è una lamentela, sia ben chiaro, ci mancherebbe pure recriminassi dopo tutto quello che è stato. Però, e c’è un però, dove sarei potuto arrivare senza tanti inciampi? Dai, meglio non pensarci. È stato tutto, comunque, bellissimo”.
La psicologia e lo sport, l’uno che si intreccia con l’altra come un legame indissolubile che conduce al successo dell’atleta.
“Una volta, ai miei tempi, lo sport era puro divertimento. Poi, c’è stata progressivamente un’evoluzione in negativo di come venivano affrontate le vittorie e le sconfitte. Troppe persone, senza neanche avere le competenze, hanno cominciato a dare giudizi basati spesso e volentieri su cose che non c’entravano nulla con i risultati dell’atleta. Faccio un esempio che mi tocca da vicino per fare capire meglio la questione. Vedi, io nel ’57 lavoravo per la Esso ed ero sposato da poco. Persi una Roma-Castel Gandolfo e il giorno dopo un giornalista, con un gioco di parole assurdo, scrisse letteralmente che tra esso ed essa la carriera di Pamich era finita. Aveva ragione? Assolutamente no, la mia carriera doveva ancora praticamente iniziare ma quell’articolo era già un qualcosa di cui al giorno d’oggi potremmo fare tutti a meno. Io sono stato fortunato perché ho avuto un allenatore che era uno psicologo senza laurea, uno di quelli capaci di non farti pesare il momento, non creare pressioni inutili. Abbiamo tanti atleti che si perdono per strada a causa anche di una sola sconfitta, questo perché la nostra cultura è basata sul vincere e non sul saper imparare dai propri errori per migliorarsi. Se una volta ti va male, quella dopo andrà meglio. Invece, assistiamo a un continuo giudizio sommario che finisce per esaurire le energie mentali di un atleta. Se questo, poi, non ha chi lo riesce ad aiutare e lo coadiuva nel momento di down, rischia di perdersi completamente. La psicologia nello sport una volta non serviva e sono il primo a dirlo, ma oggi è un qualcosa di necessario per far sì che oltre al fisico sia allenata anche la mente e riesca a far fronte non solo alle sconfitte, ma anche le vittorie che, a volta, sono pure peggio perché generano immancabili pressioni, come detto, a causa di una cultura profondamente sbagliata. Nello sport il successo, così come il fallimento, deve essere contemplato e occorre saperlo affrontare nel modo migliore”.
Da quella notte, e dalla fuga da Fiume, sono passati quasi 80 anni. Con un occhio al passato e uno al futuro è giunto il tempo di tirare le somme e fare il dare e l’avere di vite che hanno raccontato davvero tanto.
“Il passato è passato, anche se ancora oggi mi stupisce ciò che ho fatto e dove mi ha portato lo sport. Sono sempre stato una persona a cui piaceva fare progetti, guardare avanti. Non sono proprio uno di quelli che si mette in poltrona ad aspettare il campanello per andare di là, voglio pensare al domani e a ciò che mi attende. Dalla fuga di Fiume ad oggi cosa è cambiato? Ci sono due lauree e tante vittorie che ricordo con molto piacere, c’è mio fratello Giovanni che è stato per anni primario di chirurgia generale a Monfalcone. Insomma, ci sono tante soddisfazioni che resteranno sempre dentro di me e hanno reso questa vita davvero meravigliosa”.
Abdon Pamich oggi ha novantadue anni e vi assicuro una forza dentro come pochi. È un esule fiumano, un campione olimpico, un uomo che la vita ha imparato ad affrontarla di petto, senza mai lasciarsi sopraffare dagli eventi. La sua incredibile storia umana incarna perfettamente ciò che è il significato etimologico del termine resilienza. Il suo coraggio, mai venuto meno, è oggi un qualcosa che merita di essere tramandato alle nuove generazioni che devono conoscere storie come la sua. Tante volte sono rimasto impressionato dalle storie personali e sportive di atleti dei quali ho raccontato la vita, questa volta, però, quel che mi ha raccontato il leggendario Pamich è un qualcosa che va ben oltre la cronologia di vittorie di un campione dello sport. Sono rimasto ad ascoltarlo in silenzio, ho immaginato cosa possa aver provato quando tredicenne fuggì rocambolescamente da Fiume, ma non sono riuscito minimamente ad immedesimarmi. Mi sono limitato a raccogliere la sua testimonianza, le sue parole e ripercorso una vita meravigliosa, quella di un campione che ha davvero tanto da raccontare e non solo di sport. Ci tengo di cuore a ringraziare Abdon e l’amico Federico Roman che mi ha permesso di mettermi in contatto con lui. Posso solo dire, per concludere, che a volte certe storie sono difficili da scrivere perché fanno riemergere retroscena inimmaginabili e ti trascinano in spirali difficili da comprendere al giorno d’oggi. Sono quelli, però, che meritano davvero di essere raccontati perché la vita non è solo sport.