

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Nello sport italiano e mondiale ci sono atleti che hanno lasciato un segno indelebile del proprio passaggio. Sono quelli che a distanza di decenni è impossibile dimenticare, quelli che da bambino ti facevano saltare sul divano quando compivano imprese straordinarie e che non potranno mai uscire da quel libro di miti e leggende che ognuno di noi conserva dentro di sé. Durante le recenti Olimpiadi invernali, a tarda sera, mi è capitato di rivedere quella Signora meravigliosa che dello sci di fondo italiano è stata, senza dubbi, la Regina. Quella che mio nonno, ogni volta gareggiava, mi chiamava per guadare quasi come fosse una sorta di Santa Messa. Sono cresciuto, e siamo cresciuti, ammirando le sue gesta, facendo il tifo per lei e in quel momento mi sono chiesto perché non avessi ancora intervistato quel mito che porta il nome di Stefania Belmondo. Timore reverenziale, paura di sfatare quel bel ricordo della campionessa che mi porto dietro sin da piccolo, chiamatelo un po’ come vi pare. Invece, ho scoperto come quella Signora dello sport tanto ammirata è ancora oggi una campionessa di semplicità con la quale ho scambiato pareri, chiacchiere e tanto altro. Insieme, e grazie, a lei ho ripercorso la sua vita sportiva e parlato come si fa con un’amica incontrata dopo tanto tempo. Perché, alla fine, i campioni che tanto hai ammirato, rimangono dentro di te per un motivo molto semplice. Sono quelli che sogni di conoscere e quando lo fai ti dimostrano che sono i migliori non solo nello sport, ma anche nella vita di tutti i giorni.
Ti abbiamo vista a “Notti Olimpiche” indossare orgogliosamente la divisa dell’Arma. Ecco, partiamo proprio dai Carabinieri del nucleo Forestale. Quanto è stato importante nella tua carriera il gruppo sportivo?
“Il Gruppo Sportivo è stato fondamentale nella mia vita sportiva e non. Ricordo bene come è iniziata. Era il ’92 e insieme alla Di Centa, la Compagnoni e la Paruzzi, sono stata tra le prime donne ad entrare in un corpo militare dello Stato. Fu la Forestale a darci questa opportunità, una di quelle che va ben oltre lo sport, perché ti offre anche una prospettiva per il futuro. Quando ho smesso con lo sci di fondo, infatti, ho proseguito la mia carriera professionale con quella divisa, mettendo ogni giorno che la indossavo la stessa passione di quando ero sulla neve. Mi hanno sempre insegnato che quando assumi un impegno devi sempre dare il massimo e anche oggi, dopo tanti anni, continuo a svolgere la mia professione onorando quella divisa come feci allora con lo sport”.
Cosa si prova ad essere riconosciuta universalmente, ancora oggi, come un’icona dello sport italiano nonostante siano passati tanti anni dai tuoi successi?
“Guarda, fa veramente molto piacere. Lato mio ho sempre cercato di trasmettere ai giovani quella che è la mia esperienza e la passione che mi hanno sempre spinta a migliorarmi. Per arrivare al proprio obiettivo dico loro che ci vuole una gran forza di volontà, impegno e anche sacrificio, non bisogna mai mollare o arrendersi. Le difficoltà vanno affrontate e superate, se vuoi riuscire nel tuo scopo così nella vita e nello sport”.
Ecco, a tal proposito. Anche tu hai avuto i tuoi momenti no. Oggi vediamo tanti atleti che si perdono per strada a causa di infortuni o di una pressione che non riescono a sostenere o, ancora, per quegli inciampi che la vita ti pone davanti e dai quali si fa fatica a risollevarsi. Qual è il consiglio che ti senti di dare quando ci si trova ad affrontare situazioni del genere?
“Io ho avuto un problema fisico abbastanza noto che mi ha condizionata e dal quale non sono uscita nemmeno dopo due interventi. A metà degli anni ’90 mi dissero addirittura di smettere. Ricordo perfettamente che quando accadde dissi a mia madre che non ci pensavo minimamente e continuai nonostante momenti in cui il dolore era veramente forte. La forza di volontà, quella che continuava a spingermi e a non farmi arrendere, era superiore. Vedi, noi atleti abbiamo una soglia del dolore che è veramente alta, chiaro che dietro c’è anche una componente di passione che ti spinge a non darti mai per vinto. Nel mio caso, ho voluto dimostrare a me stessa che avevo ancora tanto da dare, anche se avevo un problema. La più grande motivazione che puoi trovare è, in sostanza, ciò che ti fa credere in te stesso, ti aiuta a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Non devi fermarti a guardare a destra o sinistra, semplicemente fissare il tuo obiettivo e perseguirlo se veramente ci credi”.
Dalla tripletta olimpica di Albertville ’92 a quella di dieci anni dopo a Salt Lake City. Una carriera che definire leggendaria sarebbe comunque riduttivo. C’è stato, però, un momento durante tutti quegli anni densi di pathos nel quale oggi diresti: Ecco, se non avessi vinto quella gara non sarei diventata l’atleta che tutti conoscono.
“Due momenti hanno segnato la mia carriera sportiva: la prima vittoria in Coppa del Mondo nel ’89 ad Albertville e le Olimpiadi di tre anni dopo. Il primo è stato un punto di partenza, mentre il secondo c’era un’atmosfera speciale intorno, perché ero vicina a casa e c’erano due pullman di tifosi venuti apposta per sostenermi. Ecco, quello scenario del ‘92 carico di emozioni possiamo definirlo un punto di svolta. Dieci anni dopo sono arrivate a Salt Lake City altre tre medaglie e, come dicevamo, avevo appena attraversato un periodo che non era stato proprio facile. Considera che il nostro è uno sport di logoramento e rimanere per tanti anni all’apice non è proprio semplice, ripetersi a distanza di un decennio lo è ancora meno. Lì, in quel momento, penseresti a tutto, tranne che a smettere. Non fosse che, proprio in quel frangente, ho sentito il bisogno di staccare la spina, riprendere in mano la mia vita. Ero entrata in nazionale giovanissima e a diciassette anni gareggiavo già in Coppa del Mondo, Magari, avrei potuto rientrare e mirare ai giochi di Torino 2006 per puntare a un’altra medaglia, ma in quel momento ho scelto la famiglia, ho sentito la necessità di stare accanto ai miei bambini, vederli crescere e non volevo perdermi i loro primi anni di vita per nessuna cosa al mondo. Il tempo vola e io ho preferito godermeli finché erano piccoli, una scelta che non rimpiangerò mai”.
Per chiudere. Cosa fa oggi Stefania Belmondo senza più gli sci, la Coppa del Mondo, i Mondiali e le Olimpiadi?
“Lavoro e anche tanto. Alcuni si meravigliano quando dico che sono Carabiniere Forestale, eppure è così, mi piace, è il mio Mondo. Faccio la mamma, ho due splendidi ragazzi Mathias e Lorenzo. Poi, sai, io sono nata per fare sport, non riesco a staccare quel cordone ombelicale che mi lega dalla nascita. Infatti, faccio anche parte del GS Passatore e con loro mi diletto sia con la bici da corsa che con la mountain bike. Ancora vado sugli sci e mi impegno in tante altre cose che mi tengono sempre attiva in campo sportivo come incontri e talk. A proposito, proprio grazie alla bici ci tengo a realizzare un piccolo sogno. Io sono nata lo stesso giorno di Marco Pantani e volevo tanto conoscere sua mamma Tonina che ho sentito qualche giorno fa. Proprio grazie alla bicicletta che Marco tanto amava, tra qualche mese ci incontreremo e, finalmente, lo potrò realizzare”.
Stefania Belmondo, in carriera, ha vinto dieci medaglie alle Olimpiadi, tredici ai mondiali e una Coppa del Mondo di specialità. Ha compiuto imprese che sono entrate di diritto nella storia dello sport italiano e mondiale, è la seconda atleta italiana più vincente di sempre alle Olimpiadi, la prima nello sci di fondo, il suo regno. È una donna in divisa, una mamma e un’atleta che ha dimostrato in ogni ruolo che ha ricoperto, e che ricopre, quanto sia importante metterci sempre passione in tutto ciò che si fa. Averla potuta intervistare e conoscere è, naturalmente, un sogno diventato realtà per chi scrive. Per aver reso possibile questa intervista ci teniamo sentitamente a ringraziare il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri per la preziosa collaborazione e in particolare il Dott. Stefano Cazora che si è immediatamente messo a disposizione nel metterci in contatto con l’Appuntato Scelto Stefania Belmondo. Le leggende dello sport non hai bisogno di sentirle nominare, sono leggende e basta. Sono quelle che ti fanno sentire orgoglioso di essere italiano e che puoi vedere scintillare lassù in quel cielo dove solo chi ha lasciato un segno indelebile riesce ad arrivare.
Foto: Olympics.com