

Cerimonia di apertura delle Paralimpiadi. Ad accendere il braciere a Cortina d’Ampezzo compare lei: chioma rossa, ricci selvaggi, è la leggendaria “rossa volante”. Nel Mondo dello sport parliamo di un’icona del paralimpismo, l’atleta per antonomasia, colei che ha varcato soglie inimmaginabili e che è stata veramente una pioniera, una donna capace di spingersi oltre tutto ciò che poteva essere considerato possibile. Per anni ho covato il desiderio di conoscerla e poterla intervistare, perché Francesca Porcellato non è solo colei che incarna l’indomito spirito di chi non si è mai dato per vinto, ma è, ed è stata, un esempio per tanti che l’hanno vista e ripercorso le sue orme. E se oggi abbiamo tanti campioni, abbiamo superato certe tare che per tanto tempo ci hanno condizionato e ci sono tanti ragazzi con disabilità che si affacciano allo sport, un particolare ringraziamento va proprio a lei. Francesca ha aperto una via e quella che per lei è stata una salita impervia, per altri è diventata una strada tracciata lungo la quale conoscere il coraggio e superare ogni difficoltà. Il cammino di chi ha un obiettivo e non si arrende, mai.
Partiamo dall’inizio. La tua vita ha preso subito una piega inaspettata e ti ha messa davanti una salita ripida e impervia. Come hai vissuto, quando eri solamente una bambina, quel momento così difficile?
“La mia vita è stata subito un convivere con la disabilità, non ho percepito la differenza tra quando potevo camminare e il post incidente, per me è stato tutto naturale. Il problema, semmai, è come veniva percepita dagli altri. Negli anni ’70 era un tabu, una di quelle cose che vedevi ma di cui non parlavi e c’era addirittura chi la usava per spiegare agli altri bambini come la mia fosse una sorta di punizione. Chissà cosa potevo aver mai fatto di male quando non avevo neanche due anni di vita. Poi, non ricordo quante volte abbiano detto ai miei che avrebbero dovuto tenermi in casa, non portarmi in giro o trattata come un rifiuto nucleare. Tutto assurdo. Dall’altra parte la mia famiglia è stata straordinaria, tanto i miei genitori quanto i miei fratelli non mi hanno fatto mai pesare nulla, anzi. Sul mio libro descrivo perfettamente questo segmento della mia vita, tra l’ambiente ostile che ho incontrato fuori, passando anche per problematiche scolastiche, al coraggio di papà e mamma che hanno fatto tutto il possibile, e anche di più, per farmi vivere come tutti gli altri. Bisogna considerare sempre di che periodo parliamo, grazie a Dio era un altro tempo”.
Oggi, il Mondo è cambiato. Vede la disabilità con un occhio decisamente più maturo rispetto al passato. Secondo te, cosa occorre performare ancora per giungere a una piena consapevolezza a 360°?
“Guarda, c’è ancora tanta strada da fare e ci dobbiamo impegnare tutti. Parliamo tanto di inclusione e predichiamo bene, ma alla fine siamo ancora distanti da ciò che vorremmo veramente. Noi atleti siamo i primi a doverci impegnare perché ci sia un salto di qualità, non solo nello sport ma anche nella vita di tutti i giorni, dove le barriere architettoniche e non sono ancora molto evidenti. Con l’impegno di tutti si possono fare tanti altri passi avanti”.
I tempi cambiano, ma ancora oggi l’atleta paralimpico viene esaltato, purtroppo, più per una condizione fisica che per l’impresa compiuta a livello sportivo. Perché?
“Vero, ma tutto nasce da come si parla dell’atleta. Se esalti la disabilità che uno ha, quando poi l’atleta fa un’impresa, hai già dato una traccia evidente del fatto che la sua vittoria sia di contro rispetto alla sua condizione fisica, lo fai passare per un supereroe. Invece, parliamo di una persona che si allena, fatica, si spinge oltre quelli che sono i propri limiti e la prestazione è il risultato di questi sacrifici. Non siamo supereroi, figurati. Sono le parole che vengono utilizzate, il racconto che si fa dell’atleta che alla fine distoglie l’attenzione dall’impresa e focalizza il tutto sulla sua disabilità. Siamo migliorati in questo senso, ma anziché parlare del perché o del per come quell’atleta sia alle Paralimpiadi, nel senso stretto della sua disabilità, guardiamo ciò che fa e basta, senza soffermarci su storie umane che possono essere anche interessanti, ma che in quel contesto non devono passare in primo piano”.
Hai spostato davvero quasi tutti i limiti, alcuni probabilmente nemmeno tu li conoscevi. Come hai fatto?
“Le critiche mi hanno aiutata, pare banale ma è così. Quando sono diventata la prima atleta paralimpica professionista non guardavano a me come tale, anzi mi chiedevano come avessi fatto a trovare sponsor nelle mie condizioni e anche quando ho cambiato disciplina non è mancato lo scetticismo. Io volevo semplicemente fare sport perché è una cosa che mi è sempre piaciuta. Dall’altra parte, invece, c’era sempre qualcuno che mi metteva in dubbio, trovava il pelo nell’uovo ogni cosa facessi. Quando, ad esempio, mi sono messa in testa di andare alle Paralimpiadi invernali sembrava avessi detto chissà che cosa e tutti si aspettavano erroneamente vincessi subito. Non è accaduto e tutti mi hanno criticata per quella scelta, ma per me era un momento di passaggio, dovevo capire la disciplina, allenarmi, e alla fine ho avuto ragione. Ma perché giudicare? Ho sempre lasciato fosse il mio impegno a fornire risposte a tutti e continuo anche oggi su questa linea, anzi ho usato le critiche e lo scetticismo per spingermi sempre oltre, puntando a migliorarmi”.
Se un esempio per le nuove generazioni e sei stata una pioniera per tanti atleti di oggi che sono cresciuti con la tua immagine come modello. Se ti trovassi, ora, a dover motivare una famiglia che deve affrontare la disabilità, cosa diresti loro?
“Innanzi tutto, la disabilità non mette fine alla tua vita. Anzi, ti apre a tante opportunità e a nuovi orizzonti che bisogna saper guardare. Come tutte le cose deve essere affrontata nella maniera migliore, prima di tutto pensando che non ti precluda nulla. Gli obiettivi devono rimanere i medesimi, quello che cambia è come raggiungerli. È una sfida che la vita ti pone davanti e dalla quale non si può fuggire, occorre affrontarla a viso aperto. Non ci si deve mai nascondere e non bisogna nemmeno aver paura. Certo, ci saranno delle difficoltà e sarebbe assurdo sostenere il contrario, ma sono le stesse che aiutano a crescere e che ti rendono orgoglioso quando raggiungi il tuo obiettivo. Ricordiamoci sempre che non si smette mai di imparare dai propri errori”.
Hai vinto in tre discipline sportive diverse dimostrando una tenacia e una caparbietà fuori dal comune. Giunta a questo punto, quale è stata la tua vittoria più bella?
“Difficile scegliere. È una domanda che mi viene posta spesso, ma alla quale non ho una vera risposta. Ho vinto tutto quello che mi ero ripromessa di vincere e anche di più, dalle Paralimpiadi alle maggiori maratone. Ho fatto la portabandiera, ho acceso il braciere, impossibile stilare una classifica. Però, posso dirti che la più grande soddisfazione è stato l’oro di Vancouver perché quando sono arrivata a Torino nel 2006 sapevo che non sarei stata competitiva. Venivo da tre medaglie ad Atene e per me partecipare a quella Paralimpiade invernale in casa era un obiettivo da non fallire. Arrivai ultima e penultima nelle gare alle quali ero presente e questo mi servì per impegnarmi ancora di più con la volontà di rifarmi quattro anni dopo. In Canada, infatti, l’oro conquistato fu il raggiungimento di un altro traguardo che mi ero posta e allo stesso tempo la risposta alle critiche ricevute prematuramente quando mi misi in testa di fare quel salto e uscire dalla mia confort zone”.
Per finire, sembrerà una provocazione, ma è quello che tanti magari si sono sempre chiesti: Francesca, ma chi te lo ha fatto fare?
“Passione, tanta passione. È stata una faticaccia ma volevo fare l’atleta, vivere lo sport e sentire il vento tra i capelli quando gareggi è qualcosa di impagabile. Però, diciamocela tutta. Chi si sarebbe mai immaginato di partecipare a dodici paralimpiadi e vincere tutte queste medaglie? Incredibile, davvero. la mia vita è stata ricca di emozioni, un qualcosa che mai mi sarei neppure sognata. Eppure, è successo e ancora oggi vivo di questi meravigliosi momenti e ricordi che l’hanno resa straordinaria”.
Ci sono sentieri che ci mostrano il futuro ancora prima che questo si concretizzi. Chissà se quella bambina dai capelli rossi negli anni ’70 si sarebbe mai immaginata una vita come questa? Ce lo dice lei, certamente no. Francesca Porcellato, però, sulla sua sedia a rotelle si è immaginata un domani, l’ha disegnato e lo ha trasformato in realtà. Ha percorso quel sentiero senza mai sentirsi inferiore, senza mai dire che non ce la poteva fare. Ecco, piace allora pensare che anche in questo momento ci sia una bambina che legga queste poche righe o la sua famiglia, conoscano la sua storia e capiscano come nulla gli sia precluso. Perché se questo dovesse accadere, ecco quella sarebbe davvero la vittoria più grande della carriera infinita di Francesca. Una cosa semplice, essere stata quel qualcosa che ti fa dire: se ce l’ha fatta lei, ce la posso fare anch’io. Un concetto forse banale, ma capace di motivare tanti altri a scrivere il proprio futuro, a non arrendersi mai e a immaginare un domani di vincere nello sport e nella vita, proprio come ha fatto Francesca Porcellato.