

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
L’ultima volta che ho incrociato Giorgia Villa è stato a Ravenna, lo scorso gennaio. Nell’occasione era una “flame angel”, al seguito del percorso della fiaccola olimpica di Milano-Cortina, mentre io mi accingevo a percorrere quei duecento metri tanto agognati e sognati come tedoforo. Al tempo, ci scambiammo solo un saluto veloce ma mi ripromisi di risentirla più avanti per farmi raccontare la sua storia di ginnasta. Mai avrei immaginato, in quel momento, stesse maturando dentro di lei la decisione di dismettere il body e uscire dalla pedana. Lei che insieme ad Alice, Elisa, Manila e Angela, aveva riportato la squadra italiana all’argento in quel di Parigi, quasi cento anni dopo le “piccole pavesi” di Amsterdam 1928. Giorgia e le altre atlete azzurre le conosciamo come fate, creature al limite del soprannaturale, dotate di capacità che sfiorano il divino. E come sarebbe possibile sostenere il contrario? Basta averle viste una volta in azione per rendersi conto di come lei e le sue colleghe abbiano dentro sé un talento smisurato. Il talento, da solo, però, non basta. Dietro a queste atlete ci sono anni di allenamento, passione pura, sacrificio e anche storie che spesso passano in secondo piano rispetto all’incanto che proviamo nel guardarle. Pochi giorni fa Giorgia ha lasciato la pedana, il suo body, ha salutato a suo modo quel Mondo che è stato la sua vita ogni giorno per vent’anni. In quel momento, in quegli attimi, ci ha fatto rivivere idealmente tutta la sua carriera: dagli inizi fino alla realizzazione di quel sogno olimpico culminato con l’argento olimpico. E con lei, ora che il sipario è calato, vogliamo ripercorrere la sua straordinaria carriera, quella di una splendida fata che è stata capace di realizzare il suo destino e regalandoci momenti meravigliosi.
Arriva per tutti un momento in cui ci si deve fermare e guardarsi indietro. Spesso è il più doloroso per chi ha vissuto una vita piena di sport, ma alla pari è anche quello in cui ci si lascia andare ai ricordi più belli, quelli che hanno segnato uno spartiacque nella vita di atleta.
“Con la ginnastica è stata davvero una storia d’amore molto lunga. Dovessi ricordare un momento che ha cambiato tutto farei molta fatica, ma riflettendoci bene la mia mente mi riporta a Buenos Aires. Fu un’esperienza straordinaria che mi portò lontana da casa per oltre venti giorni e nella quale presi pienamente consapevolezza dei miei mezzi. In quel momento, ero lì per dimostrare, prima di tutto, qualcosa a me stessa, cercare di fare del mio meglio, spingermi oltre. Fui ampiamente ripagata del duro lavoro e dei tanti sacrifici fatti fino a quel momento dalle tante medaglie che arrivarono e presi coscienza di essere sulla strada giusta. Poi, chiaro, c’è l’esperienza meravigliosa di Parigi. L’Olimpiade rimarrà la “gara” della mia vita, un momento in cui ho provato tutte le emozioni possibili, fino a quella di salire su quel podio con l’argento al collo che mi ha ripagata davvero di tutto”.
Fate e farfalle, creature mitologiche o reali che hanno una prerogativa: essere tanto magnifiche, quanto destinate a una vita breve. Nella ginnastica, artistica e ritmica, abbiamo nella mente questi sostantivi per identificare atlete capaci di meraviglie che rimangono scolpite nel tempo. Il legame con questo sport nasce presto e dà vita a prestazioni entusiasmanti, a una magia che, però, ha spesso una vita breve. Questa è l’altra faccia della medaglia, quella che dota atlete di un talento incredibile, la cui vita sportiva si esaurisce, però, apparentemente in un battito d’ali.
“Vero. Io ho cominciato che avevo appena tre anni e a nove vivevo già da sola a Brescia, dove ho seguito la mia allenatrice e ho cominciato una vita molto intensa, fatta di sacrifici e tanto lavoro. Stare lontana dalla mia famiglia, dover tenere dietro a una casa, non è stato affatto facile vista l’età, ho dovuto crescere molto in fretta. Dopo l’infortunio appena prima di Tokyo, ho visto tutto crollare ma dentro di me sentivo non volevo finisse così. Sono tornata in palestra ricominciando ad allenarmi con il dolore alla schiena che tante volte mi ha fatto odiare la ginnastica, mi ha fatto dire: “basta, ora smetto”. Però, il sogno di arrivare all’Olimpiade era più forte di tutto e mi spingeva ad andare oltre il dolore, oltre ciò che mi stava dicendo il mio corpo. Tanti mi hanno chiesto perché ho smesso così presto e io non mi sono mai nascosta, ho sempre detto la verità. I quattro anni tra Tokyo e Parigi sono stati letteralmente un calvario, lungo il quale ho stretto i denti anche quando tutti mi dicevano di mollare, fermarmi, smettere con la ginnastica. Dopo l’Olimpiade francese mi sono dovuta fermare per davvero, anche perché con un’operazione non avrei risolto comunque nulla. Quando qualche tempo dopo sono rientrata in palestra mi sono resa conto che qualcosa si era rotto, provavo sempre più dolore e non riuscivo a divertirmi. In quel momento ho capito. Mi sono detta che era giunto il momento di fare quella scelta dolorosa più volte rimandata: Il mio corpo aveva detto basta e ho deciso di ascoltarlo, ho messo davanti la mia salute a tutto e capito che quello era il momento di pensare solo a me stessa”.
Tanti i sacrifici per arrivare fino a quel momento, tanto ciò a cui si rinuncia per inseguire il proprio sogno senza i quali, però, non si arriva da nessuna parte e non solo nello sport, ma in qualsiasi campo.
“Quelli fanno parte del gioco, è tutto nel pacchetto. La mia famiglia ne sa qualcosa, loro hanno fatto davvero tanto per me. In primis, quando sono andata via da casa perché anche il solo avere una figlia così piccola e lontana, non poterla vedere tutti i giorni, è stato davvero pesante. Poi, non da meno, ci sono i tanti costi che si sono sobbarcati per permettermi di coronare il mio sogno. Sono stati loro a farsi carico di tutto, accompagnandomi sempre ad allenarmi e sostenendomi quando c’erano momenti difficili. Lato mio, non ho vissuto questa vita come un privarmi di qualcosa, anzi. Avevo tanta passione e mi piaceva quello che facevo. Ho sempre vissuto tutto nell’ottica di migliorarmi per arrivare a quel momento che mi avrebbe ripagata di tutto. E quel momento è arrivato a Parigi”.
Arriva, per tutti, il momento anche di tirare le somme. Sono passati vent’anni da quell’inizio, da quella prima volta in palestra. In mezzo tante gare: Europei, Mondiali, Olimpiadi e tante medaglie. Un percorso che ha preteso, ma ha restituito anche tanto.
“Non ho alcun rimpianto. Certo, non è stato tutto rose e fiori. In particolare, negli ultimi anni quando tutti mi dicevano che avrei dovuto smettere perché stavo mettendo a rischio la mia salute, io ho sempre fatto finta di niente, per me era troppo importante. Forse, a posteriori, posso anche permettermi di dire che ho fatto di più di ciò che il mio fisico mi permettesse, ma c’era un motivo. Tutto, infatti, ha un perché. Quel percorso, cominciato quando Giorgia era piccola e sognava ad occhi aperti quel momento, era impensabile si interrompesse così. Anche gli ultimi anni, mentre alzavo l’asticella e dall’altra parte il mio fisico mi diceva di farla finita, ho sempre seguito il mio cuore. Lo dovevo a quella bambina di tre anni, alla sua famiglia e a tutti coloro i quali mi hanno accompagnata lungo quella strada stando, sempre al mio fianco e sostenendomi sempre”.
A proposito, dopo quanto accaduto prima di Tokyo ‘20 in tanti probabilmente avrebbero alzato bandiera bianca. Però, quel percorso doveva avere in serbo qualcosa, altrimenti quale sarebbe stato il senso dell’aver buttato il cuore oltre l’ostacolo?
“Dopo l’infortunio che mi tarpò le ali tre anni prima, ti giuro che finché non sono atterrata a Parigi ed entrata in pedana, non ero proprio tranquilla. Con la schiena messa così e la sfortuna che mi perseguitava, pensavo potesse accadere davvero qualcos’altro. Solo quando ho visto i miei genitori e mia sorella piangere sugli spalti mentre salivamo sul podio, ho realizzato che era successo tutto, che era vero. Il mio sogno era diventato realtà. Sono quei momenti in cui riavvolgi il nastro, ti rivedi, ricordi cosa hai fatto per arrivare lì e capisci, infine, che in quell’attimo hai trovato una risposta a tutto”.
Una famiglia sugli spalti che l’ha sempre sostenuta e un’altra dietro le quinte, il Gruppo Sportivo della Fiamme Oro, che le ha permesso di realizzare quel sogno e compiere il suo destino.
“Già, quando mi hanno dato la possibilità di fare il concorso e di entrare nel Gruppo Sportivo mi sono sentita onorata. Ho pensato quello fosse un riconoscimento per tutto ciò che avevo fatto e nel corso degli anni la Polizia di Stato è diventata davvero una seconda famiglia che mi ha sempre sostenuta e c’è stata sia nei momenti migliori che in quelli veramente no. Attenzione, non lo dico tanto per dire. È stata davvero una mamma, capace di capirmi quando c’era qualcosa che non andava, bacchettarmi quando sbagliavo, fino a gioire quando arrivavano i risultati. Senza, non sarebbe stata la stessa cosa e, forse, non avrei nemmeno trovato la forza di volontà per proseguire”.
I titoli di coda offrono spesso anche la visione del dopo. Quando togli il body resta Giorgia Villa, la ragazza ventitreenne che se aveva chiaro cosa fare, e come farlo, nel passato, ha ancora più certezza riguardo il proprio futuro.
“Il futuro è già ora. Ho cominciato ad allenare le bambine e continuerò come tecnico all’interno della Polizia di Stato. Questo è un altro sogno che avevo da piccola, quello di poter trasmettere la mia passione, lasciare un’eredità. Desidero far capire loro che questo sport richiede sì sacrificio, ma è prima di tutto un divertimento, devi praticarlo perché ti piace, senza il chiodo fisso della vittoria o di raggiungere per forza un’Olimpiade. Vorrei comprendessero cosa ha spinto me e tante altre a intraprendere questo percorso, mettendoci il cuore, come ho sempre fatto”.
“I will always love you” dell’indimenticabile Whitney Houston. Su queste note Giorgia Villa ha appeso il body, salutato quella pedana che l’ha vista protagonista di tante vittorie e anche di sconfitte. Queste ultime, probabilmente, le sono servite ancora di più delle prime perché sono quelle che l’hanno spinta ad andare avanti nonostante il dolore e alzare sempre più l’asticella. Quando tutto sembrava finito, nel luglio del 2021, ha saputo rialzarsi, ha avuto l’umiltà di mettersi in discussione sfidando prima di tutto sé stessa. Ha preso quel dolore e l’ha trasformato in nuova forza, dritta fino all’obiettivo che voleva raggiungere. Spesso dimentichiamo cosa significhi essere un campione e diamo a questa parola un significato diverso rispetto la sua etimologia. Ecco, Giorgia ha ricordato cosa significhi essere una campionessa, non si è mai lasciata abbattere dalle difficoltà, ma, anzi, ha imparato ad affrontarle, ha resistito senza mai darsi per vinta. Solo dopo aver dato tutto ciò che aveva da dare, arrivata alla fine di quel percorso iniziato vent’anni fa, si è sentita pronta a dire basta. Ci vuole un immenso coraggio anche in questo, quello che lei ha sempre avuto e dimostrato lungo tutto il suo percorso di donna e atleta. E, allora, anche noi ti ameremo per sempre Giorgia. Un enorme grazie per tutte le emozioni che sei stata capace di regalarci e per la favola di splendida fata che hai scritto per tutti noi.
Foto: Autore: Baptiste Autissier – Panoramic/DPPI/IPA Sport 2 / ipa-agency.net
Copyright: Baptiste Autissier – Panoramic/DPPI / IPA Sport 2 / ipa-agency.net