

INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
Era il novembre 2025 quando mi venne l’idea di intervistare Mattia Furlani. Solito copione: chiedi autorizzazione al Gruppo Sportivo Fiamme Oro – che ringrazio sempre per la splendida disponibilità – poi ricevuto il benestare si avvia il contatto con l’atleta. Solo che stavolta qualcosa non gira per il verso giusto. All’orizzonte si palesano problemi organizzativi e una battaglia con la mia salute che avrei francamente evitato. Passano i mesi e senza che ci pensassi più, arriva, come un fulmine a ciel sereno, il tanto sospirato contatto grazie alla sorella Erika, atleta anche lei e argento mondiale allievi qualche anno fa. Quando pochi giorni fa siamo riusciti, finalmente, a trovarci con Mattia, giunto in live dopo una giornata di allenamenti rinviati causa pioggia e dopo capirete perché lo sottolineo, mi sono trovato davanti a un ragazzo veramente acqua e sapone anche se di solito si dice al femminile, uno che parla come mangia insomma. Meraviglioso con la sua inconfondibile e folta chioma riccia che è ormai un marchio di fabbrica, un sorriso accattivante e via che abbiamo cominciato subito a ridere e scherzare. Naturalmente, l’intervista ha preso la piega di una chiacchierata tra amici in cui le domande servono a poco e niente perché si viaggia davvero a ruota libera. Più di un’ora in videochiamata, partendo dal basket per arrivare fino Los Angeles 2028. Ed è proprio dalla palla a spicchi, un amore mai messo davvero da parte, che inizia la nostra cavalcata nella vita del campione del Mondo aretino di salto in lungo.
Partiamo easy. Il basket, un altro sport che ha fatto parte della tua vita e che ancora è nel tuo cuore. Quest’anno le Finals hanno visto New York vincere il titolo dopo un’attesa di ben 53 anni. Le hai seguite?
“Certamente. A onore del vero, però, simpatizzavo per San Antonio perché ho visto giocare Wembanyama dal vivo e sono diventato un suo fan. La vittoria finale di New York è stata qualcosa che va oltre il tempo: tornare a vincere a distanza di tanti anni, il calore della città, l’atmosfera che questa impresa ha generato, tutto davvero straordinario. Anche vedendola da fuori era davvero difficile rimanere asettici davanti al pathos e al coinvolgimento di più generazioni che attendevano quel momento da oltre 50 anni”.
A proposito, tu giocavi a basket e allo stesso tempo ti dedicavi all’atletica. Come mai la commistione di questi due sport?
“Il basket era un percorso propedeutico alla mia crescita fisica. Fu un’idea di mia mamma – e diamole torto – mettere un altro sport in parallelo con l’atletica che mi aiutasse a sviluppare la mia fisicità. Quando sono arrivato a 12/13 anni era diventato impossibile proseguire con entrambi per tanti motivi, primo fra tutti lo studio. Era una scelta obbligata e l’amore per l’atletica non era mai stato in discussione anche se, onestamente, non è stato un addio a cuor leggero e il campetto non l’ho mai completamente abbandonato”.
Chiudiamo la parentesi sul basket – anche perché ho già in mente di sfidarti in un uno vs uno – e arriviamo all’atletica. Agli europei under 18 ti sei affermato sia nel salto in lungo che nel salto in alto, come mai poi hai proseguito con il primo?
“Sono due programmazioni differenti che puoi reggere fino a un certo punto, poi gioco forza devi necessariamente fare una scelta. Il salto in alto, per via del movimento innaturale del corpo, portava con sé traumi importanti che si amplificavano nel lungo. A quel punto la scelta fu facile e legata al talento di cui sono dotato. Le misure, i risultati e tanto altro dicevano che ero un saltatore in lungo e quella era la strada giusta da prendere se avessi voluto conseguire risultati importanti”.
Si dice sempre che le sconfitte aiutino a crescere più delle vittorie, ma non è sempre così e vorremmo sfatare questo falso mito. Nella tua vita, ad esempio, ti hanno aiutato più le une o le altre?
“Diciamo che nel mio piccolo mi hanno aiutato tanto entrambe. Ad esempio, dopo il bronzo di Parigi, per me una vittoria senza se o ma, nella mia testa si è aperta una visione di atletica completamente diversa, ho preso ancora più coscienza e confidenza dei miei mezzi. Così come, diversamente, è accaduto ad Apeldoorn quando da favorito, per tutti ma nello sport dobbiamo imparare che non esistano atleti imbattibili, non sono andato oltre l’argento. Ogni gara ti offre spunti per come allenarti al meglio, un’ottica sempre diversa di ciò che potrai fare la volta dopo e ti aiuta a fissare gli obbiettivi che intendi conseguire. Mentirei se ti dicessi che l’oro di Nanchino o quello di Tokyo non mi abbiano gasato a livello personale, ma sono arrivati dopo un anno in cui non ho conseguito vittorie importanti e, anzi, i momenti di sconforto sono stati davvero tanti. In definitiva, si deve ripartire dalla vittoria e dalla sconfitta allo stesso modo, facendo sempre tesoro dei riscontri positivi o negativi che diventano ambedue insegnamenti per il futuro”.
Abbiamo ottimi atleti mediaticamente sconosciuti e un bacino di talenti in continua crescita. L’atletica azzurra si sta rivelando un progetto vincente; eppure, se ne parla poco. Perché?
“Io è da quando avevo quattro anni che sono in ballo. La mia crescita è stata continua, un progetto rivelatosi vincente nel lungo termine e, alla fine, per me è questo che conta. Ma questo vale anche per tutti gli altri atleti: abbiamo Jacobs che ha scritto il suo nome in un’impresa storica quale l’oro olimpico sui 100 metri e Tamberi non è stato certo da meno, anzi. Ne cito due ma la lista sarebbe molto più lunga. Il risultato positivo, alla fine, è ciò che porta a termine un progetto fatto bene. Ci potrebbe essere più hype? Certo, ma per fare questo dobbiamo essere bravi noi atleti in primis a farci conoscere e far conoscere il nostro sport, dobbiamo essere oltre che atleti anche comunicatori in modo che sempre più persone si appassionino aumentando la visibilità degli eventi”.
Torniamo un attimo al discorso vittorie/sconfitte. Perché, secondo te, siamo un popolo che prima incensa come eroi chi vince e poi è pronto a gettarli nel fango alla prima sconfitta la volta successiva?
“Premesso che non faccio un parallelo con altri sport – giusto, meglio sorvolare sulla tossicità del calcio – ma nell’atletica ritengo ci sia solo poca informazione. Intendo dire che chi guarda l’atletica e critica solo, lo fa unicamente perché non sa che dietro a una prestazione negativa ci possono essere mille variabili, prima fra tutte una preparazione sbagliata ma anche infortuni più o meno gravi e anche il meteo se vogliamo estremizzare. C’è una programmazione che può subire rallentamenti per ragioni diverse e non farti arrivare alla gara al 100%, ci può essere un ritardo nel picco di forma, può piovere per giorni prima della gara e non riesci ad allenarti nelle condizioni ottimali. Poi, ancora, ci può essere una giornata in cui a un altro atleta riesce il salto della vita e perdi. Che ci puoi fare? Una gara non vede soltanto Mattia Furlani gareggiare, ma ci sono anche avversari che non sono venuti lì per timbrare un cartellino, anzi si giocano le proprie carte dando il meglio di sé come è giusto sia. E meno male che è così perché incontrare avversari agguerriti è anche questo uno sprono a migliorarsi. Sono sincero, ogni tanto mi capita di guardare i commenti sotto ai miei post e vedo sempre più persone che si appassionano, seguono, si informano. Significa che la formazione, il modo di guardare lo sport, continua a crescere grazie a chi fa informazione e, perché no, anche a noi atleti che non ci limitiamo a praticare ma spieghiamo la nostra disciplina. Se poi c’è chi tifa al contrario per partito preso non ci possiamo fare niente, pazienza. Ripeto, però, come l’educazione e la formazione sono la base per far comprendere a una persona le difficoltà alla base di qualsiasi sport”.
Ecco, a proposito di social e commenti che preferiremmo non leggere. Scusami se sono così diretto, ma perché, a tuo parere, ancora oggi stiamo a discutere sull’italianità o meno di un atleta giudicando, spesso e purtroppo, prima il colore della pelle e poi la sua prestazione?
“Fai bene a essere diretto perché non dobbiamo essere ipocriti su un qualcosa che esiste. Fortunatamente, oggi, è sempre più legato gruppi ristretti di persone che la vedono così e non cambi il loro parere. Ti posso dire, parlando di me, che nel Mondo reale non ho mai captato nulla del genere nei miei confronti. Ho conosciuto nel mio percorso tante persone meravigliose: gli amici e poi andando avanti gli allenatori del Gruppo Sportivo Fiamme Oro, passando ai tecnici della Federazione e finendo ai miei compagni di squadra. Però è vero, c’è un problema. Perché se abbiamo ancora oggi qualcuno che discute o meno l’italianità di un atleta, chiunque esso sia, vuol dire che non sa quanto per quell’atleta significhino la maglia azzurra, la bandiera dell’Italia, salire sul gradino più alto del podio e sentire l’inno di Mameli. Gli atleti quando scendono in pista e in qualsiasi disciplina, lo fanno in primis per rappresentare il proprio paese. Diventare motivo di orgoglio e vanto a livello internazionale è un premio che vale più di qualsiasi medaglia. Poi, ci sono casi di atleti che non sono nati in Italia, ma hanno scelto l’Italia. Ecco, vedi, hanno scelto e sono orgogliosi di poterla rappresentare anche se non ci sono nati e sai perché? L’italianità è un qualcosa che ti conquista e questi ragazzi sono i primi a voler fare del proprio meglio per rendere orgogliosa nazione che amano. Abbiamo atleti che stanno cambiando il volto sportivo di questo paese a suon di prestazioni straordinarie, quelli che sono anche atti d’amore verso la maglia azzurra. Poi, chiaro, un problema ce l’abbiamo, ma non credo la testa e il pensiero di certe persone possano essere cambiate”.
Per chiudere: il tuo sogno nel cassetto? E non dirmi che non è quella medaglia d’oro che si aggiudicherà tra circa due anni a Los Angeles. Siamo stati franchi finora e chiudiamo con la pura verità.
“Sarei davvero ipocrita a dirti di no, quella è la gara della vita. Prima, però, ci sono tante altre tappe importanti in cui dovrò fare del mio meglio perché anche vincere un trofeo in Diamond League non mi dispiacerebbe. Piuttosto, non voglio vivere con troppe pressioni l’avvicinarsi di quell’evento per un semplice motivo: potrei anche uscire nelle qualificazioni e dopo? Come potrei vincere, arrivare secondo, terzo, ultimo. La pressione credo sarà tanta e aumenterà notevolmente con l’avvicinarsi di quella data. Quello che Mattia deve fare è continuare a percorrere la strada tracciata, allenarsi come ha sempre fatto, migliorarsi, andare a caccia di qualche record e poi penserà a Los Angeles 2028”.
E allora Mattia continua a farci sognare e grazie per questa chiacchierata nella quale ho conosciuto un ragazzo straordinario, la cui maturità è ben superiore ai soli 21 anni anagrafici. Ci sono campioni sulla carta che non lo diventano mai fino in fondo, Furlani, invece, è uno di quelli che studia per diventare un domani – non che già non sia sulla buona strada – un’icona dello sport italiano e mondiale. Nello sport, bene sottolinearlo, non servono solo innate capacità fisiche e allenamento, ci vuole anche tanta testa e occorre che le due cose viaggino di pari passo perché un progetto vada in porto positivamente. Mattia le ha entrambe e credo che nei prossimi anni ci farà davvero divertire ancora tanto. In attesa di quella consacrazione, quella gara della vita come dice anche Mattia, questo ragazzo merita già un premio per l’esempio che sta dando a tanti nostri giovani atleti, un ottimo esempio. Mattia, io non dimentico però. Ti aspetto al campetto per fare due tiri e mica scappi.
Foto: Christian PEtersen / GEtty Images