
INTERVISTA DI DAVIDE LUGLI
C’era una volta un bambino che aveva un sogno: diventare il numero uno nel salto triplo. Quel bambino è cresciuto e si è fatto uomo e da tale ha dovuto prendere decisioni difficili, fino ad arrivare a lasciare il proprio paese per continuare a sognare. C’è un momento nella vita, una sliding door, che può cambiare tutto e che non scegli quando ti si apre davanti, devi solo decidere se accettare quel rischio, certo che tutto cambierà e che nulla sarà più come prima. Andy Diaz a Madrid ha visto un’opportunità irripetibile, sapeva fosse tornato a Cuba probabilmente avrebbe smesso con l’atletica e abbandonato ogni sogno. Ha deciso di fare un salto nel buio, anzi un salto triplo, quello che l’ha portato in Italia, in una terra a lui sconosciuta, dove ha ripreso in mano il filo della propria vita, dove è tornato a sognare. La sua storia è quella di chi non ha mai perso di vista la meta, una di quelle che è giusto raccontare dal principio per capire come quel bambino è diventato l’uomo, prima che l’atleta, che tutti conosciamo.
Il ragazzo che non ha mai smesso di sognare, ma chi è Andy Diaz oltre l’atleta?
“Sono un ragazzo come tanti altri. Nel tempo libero, poco, mi piace uscire con gli amici, andare in discoteca o al cinema. Il tutto lo devo sempre far coesistere con lo sport perché volente o meno anche quello è parte del mio privato. Però, in primis, vengono sempre la mia famiglia e gli affetti più cari. Sono una persona molto semplice.”
Com’è nato il tuo percorso e quale è stato il momento in cui hai detto “ok, questa è la strada giusta per me”?
“Ho iniziato con l’atletica leggera da bambino. Mia madre vedeva che ero iperattivo e avevo qualità atletiche innate, così ha deciso di portarmi a provare la pista e da lì è nato tutto. A Cuba, il percorso che porta ai salti è un po’ diverso rispetto all’Italia perché vieni selezionato per una determinata disciplina in base alle qualità che dimostri, non è una scelta. Solitamente ciò avviene verso gli 11/12 anni quando decidono se instradarti verso il salto in alto o in lungo mentre per il triplo la questione è un po’ diversa perché molto più usurante e quindi non c’è un vero passaggio immediato. Io l’ho scoperto perché lo praticava mio cugino e con lui c’era una sorta di competizione interna alla famiglia. Per batterlo, insomma, ho cominciato anche io una carriera da triplista anche se, francamente, sono riuscito a batterlo solo qualche anno fa”.
Insegnano di più le sconfitte o le vittorie?
“Le sconfitte, e non solo quelle in pista, aiutano davvero a crescere. Sono una persona molto competitiva e quindi se perdo non la vivo benissimo. Per me quel momento è catartico, mi spinge a vedere dove ho sbagliato, quali siano gli errori e i punti di miglioramento per la gara successiva. Poi, ci sono altri tipi di sconfitte, quelle di chi non crede in te e arriva a dirti di smettere, come è accaduto a Cuba. Un momento difficile per la mia vita umana e di atleta che mi ha portato anche a fermarmi per due anni e dedicarmi solo allo studio. Alla fine, però, il richiamo della pista era troppo forte e le cose hanno seguito la loro naturale evoluzione”.
La scelta di Madrid è stata la più difficile della tua vita. Hai mai avuto ripensamenti?
“Difficile sì, ma altrettanto giusta. In quel momento nessuno credeva in me a Cuba e ho visto quel giorno in aeroporto come un’opportunità irripetibile per dare una svolta alla mia vita. Sapevo delle conseguenze, sapevo che non sarei potuto tornare indietro ma dovevo farlo, per me e anche per la mia famiglia. Quella scelta significava lasciare delle certezze per fare un salto nel buio, essere di fatto esiliato per almeno otto anni. Avevo un sogno da bambino da realizzare ed è quello che mi ha spinto a non voltarmi mai indietro. L’Italia, quando sono arrivato e non avevo davvero nulla se non il mio talento, mi ha teso non una, ma più mani e non posso fare altro che ringraziarla”.
Parlavi dei momenti difficili quando sei arrivato in Italia, come ti sei sentito in quel momento?
“È stato un momento davvero buio. Non avevo niente se non quel sogno da inseguire con tutto me stesso. Sono arrivato e ho trovato tante persone che mi hanno aiutato, ho toccato con mano il grande cuore di chi mi ha teso la mano senza nemmeno conoscermi. Da Fabrizio Donato ai Presidenti Iannone e Malagò, a tutto il Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle, persone che in quel frangente sono state davvero importanti e che hanno fatto di tutto per aiutare me e anche la mia famiglia. Certo, ho dovuto ricominciare da zero o quasi, tanti i momenti difficili, in più la mancanza dei miei cari e di quella casa dove sono cresciuto, ma non ho mai mollato perché in Italia ho trovato qualcosa di meraviglioso”.
A proposito di Fabrizio Donato, chi è per te?
“Fabrizio è tutto, non è un semplice allenatore per me. È stato un padre in quei momenti difficili, un amico, un fratello e colui che mi ha aperto la porta di casa e mi ha dato una possibilità quando davvero non ne avevo. È sempre stato al mio fianco in quella salita irta di ostacoli ed è davvero difficile descrivere con semplici parole ciò che è stato per me. È una persona fondamentale nella mia vita, forse la più importante che abbia conosciuto”.
Sei arrivato a pochi cm dal record mondiale di Edwards. Cosa hai pensato quando hai visto quella misura e che anche Pichardo, il tuo avversario numero uno, non saltando ha di fatto ammesso la tua netta superiorità?
“Partiamo dal presupposto che io e Pichardo ci conosciamo molto bene, come ci conosciamo tra tutti gli atleti che gareggiano nella specialità. Ha visto 18.15 e sapeva perfettamente che a quella misura non ci sarebbe mai potuto arrivare; probabilmente, non ha voluto forzare inutilmente con il rischio di incappare in infortuni per niente. Io stesso ho avuto a che fare con una pubalgia che per due anni non mi ha permesso di esprimere il migliore Andy, ora che sono a posto so di poter arrivare a misure come quella di Birmingham e di poter fare anche meglio. Certo, il record è lì, vicino e so perfettamente, non mi nascondo più, che è alla mia portata”.
Come ci si sente con quell’oro al collo?
“Ripaga di tutti i sacrifici fatti e da parte mia è un ringraziamento all’Italia per aver creduto in me. Non è una cosa tanto per dire, ma io davvero mi emoziono sempre quando sento l’inno di Mameli e finora, dopo sei manifestazioni in cui ho rappresentato questa nazione, l’ho già sentito quattro volte ed è sempre come la prima. Meraviglioso”.
Dove ti vedi tra 5 anni?
“Ancora sono giovane e quindi mi vedo sempre in pista a caccia di qualche risultato. Davanti ho almeno altri dieci anni di carriera e i traguardi da conquistare sono tanti anche se, francamente, spero per quel momento di aver già messo in bacheca il record perché è un qualcosa a cui tengo davvero tanto”.
Infine, qual è il messaggio che vuoi lasciare ai giovani atleti che ti seguono?
“Guarda, a tutti dico unicamente di non mollare mai. Mai fermarsi davanti alle prime difficoltà, ma anzi usare le sconfitte o i momenti no per trarre nuova linfa e ripartire. Tanti, purtroppo, si allontanano dallo sport perché perdono le motivazioni che li hanno portati a praticarlo e non hanno la forza di ripartire. Non è un discorso solo legato allo sport, bensì alla vita di tutti i giorni dove devi sempre ritrovare il filo del discorso e riprenderlo senza che i momenti bui ti inghiottiscano e ti facciano desistere dal continuare a dare il meglio di te”.
Il passato non si può cambiare, ma il futuro lo puoi scrivere con le tue mani, basta volerlo. Andy ha preso in mano la propria vita, si è messo in gioco un’altra volta partendo da zero, trovando lungo il suo percorso tante mani tese pronte a sorreggerlo nei momenti più duri. Ha trovato in Italia una nuova casa, amici, persone che hanno creduto in lui e che, oggi, vuole ripagare per quella sconfinata fiducia che gli è stata accordata. Non ha dimenticato Cuba e lo dice a più riprese, ma si sente in dovere di ringraziare quel paese che l’ha accolto e fare di tutto per renderlo orgoglioso delle sue gesta. Nella vita di ogni uomo, donna, atleta, c’è un luogo che chiami casa, quel luogo sicuro dove sai sempre di poter tornare. A volte puoi sceglierlo, a volte no, a volte è il destino che decide per te e in quello strano crocevia devi solo avere il coraggio di rischiare senza sapere cosa ti aspetta. Diaz ha scelto la strada più difficile, l’ha percorsa affrontandola con coraggio e senza mai darsi per vinto e in Italia ha trovato quel luogo sicuro, quel posto da chiamare casa. Come Pagine di Sport ci teniamo a ringraziare Andy Diaz per il tempo che ci ha concesso e per la sua gentilezza e simpatia. Un ringraziamento sentito è altrettanto doveroso nei confronti del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle per la sempre viva collaborazione nelle interviste che realizziamo.
Foto: FIDAL